
Cari lettori,
controverso sicuramente, intrigante per qualcuno, è il tema del trapianto di cervello, che solleva domande profonde sulla natura umana e sull’identità. Persino su quale sia la sede della persona in quanto tale: il corpo? L’anima? Il cervello? L’educazione e il substrato culturale e morale?
Ho visto recentemente il film “Povere Creature” del regista Yorgos Lanthimos, pluripremiata pellicola che ha fatto discutere pubblico e critica rispetto ai risvolti etici che il tema che affronta porta con sé.
Se la Bibbia ci narra della creazione della donna da una parte fisica dell’uomo – la costola -, una riflessione sull’origine dell’essere umano si intreccia con il tema del trapianto di cervello, in cui il corpo ospite diventa una sorta di prolungamento dell’identità dell’altro. Questo è il centro narrativo di “Povere Creature”, che spazza via – o prova a farlo – ogni preconcetto, gettandosi senza condizioni nelle profondità della psiche umana. Il professor Godwin Baxter interpretato da Willem Dafoe, scienziato guidato dalla sacra devozione alla conoscenza empirica e scientifica che giustifica ogni azione, trova nelle acque del Tamigi il corpo senza vita ancora caldo di Victoria – interpretata da una stra-ordinaria Emma Stone – probabilmente suicida. Recuperato il cadavere della donna, che scoprirà incinta, il professor “God” effettua un trapianto apparentemente impossibile: il cervello del feto viene impiantato nel cranio di Victoria, riportandola in vita. E’ così che nasce Bella, una nuova creatura con un corpo adulto e un cervello non ancora sviluppato. Il processo di crescita di Bella avverrà in tempi rapidi, tra l’interesse e la passione che vari uomini nutriranno per lei e la sua volontà di “venire ad essere” attraverso la sperimentazione libera, la conoscenza, il godimento, l’abbandono agli istinti fisici fino alla scelta consapevole di essere ciò che vuole.
Il film ci porta attraverso un viaggio di scoperta e auto-coscienza, in un mondo dove tutto è nuovo e meraviglioso, ma anche spaventoso e sconosciuto. La regia di Lanthimos ci trasporta in un universo visivo straordinario, dove i corpi sono mossi da desideri e pulsioni, ma anche da una profonda ricerca di sé stessi e di autodeterminazione.
La narrazione è ironica e provocatoria, la scenografia che cambia come cambia la percezione del mondo di Bella, dal bianco e nero stile Frankenstein junior ai colori saturi tra Moulin Rouge e Guerre stellari.
Il film sfida i concetti tradizionali di mascolinità, di dipendenza affettiva e attacca il patriarcato con sottile cinismo, rivelando le fragilità e le debolezze degli uomini, anteponendo loro la libertà cinica e spregiudicata di Bella, incapace di essere guidata da altra ragione d’essere che se stessa.
“Povere Creature” è un viaggio rivoluzionario eppure, per certi aspetti, una grande occasione sprecata, vista la banalità latente che identifica la libertà della donna come la conquista di una fisicità disinibita e disinvolta; cosa, questa, che dovrebbe già essere assodata e riconosciuta, di questi tempi. Ma ci invita a viaggiare dentro le profondità della mente umana, esplorarne gli abissi, sfidare le convenzioni sociali e i nostri pregiudizi, interrogarci sul tema della moralità personale e della redenzione. I personaggi del film affrontano le conseguenze delle proprie azioni e devono confrontarsi con le proprie colpe e i propri peccati (la ὕβρις, per attingere a un topos della tragedia greca e della letteratura greca); Bella stessa si trova ad affrontare le conseguenze delle azioni commesse nella sua vita precedente e deve decidere che persona diventare nel futuro. Perché, nonostante le nostre azioni pesino sulle nostre coscienze, c’è sempre, per tutti, la possibilità di redenzione e di ricerca di una nuova vita.
Io ve lo consiglio.
